giovedì 27 ottobre 2011

ORRORI DI STAMPA: Se segna il Capitano crolla lo stadio? - Ju29ro.com

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domenica 16 ottobre 2011

Filosofia, opportunismo, quello che volete. Ma non fischiamolo | Uccellinodidelpiero.com

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Libri, l'Apocalisse non è la fine - Lettera43

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lunedì 7 marzo 2011

Big Island

Il vulcano Kilauea, sull'isola di Hawaii detta anche Big Island ha ripreso ad eruttare dopo la rottura del pavimento del cratere sabato. La lava raggiunge anche i 25 metri di altezza.

domenica 6 marzo 2011

Farsopoli: i testi Baraldi e Minotti


Dopo aver rivisitato l’esame del giornalista Fabio Monti, vi propongo quello di Luca Baraldi e Lorenzo Minotti, interrogati a proposito del passaggio del calciatore Marco Di Vaio dal Parma alla Juventus dell’estate del 2002. Premessa importante: Baraldi fu già ascoltato in tribunale il 4 dicembre 2009 (leggi la trascrizione) non riuscendo, neanche allora, a fornire una singola prova che non fosse un “si dice” o una sua “sensazione”. Il fatto che, a distanza di oltre un anno, la Procura abbia inteso integrare le sue dichiarazioni (rifacendo flop) la dice lunga… più di mille altri commenti. Vediamo comunque cosa è stato detto in questa udienza dell’1 marzo 2011.
LUCA BARALDI – Il Pm Capuano inizia il suo esame chiedendo che ruolo ricoprisse il teste nel 2002 («Ero direttore generale del Parma») e passa subito a chiedere conto della cessione del calciatore Marco Di Vaio, passato in quell’estate proprio dal “suo” Parma alla Juventus di Moggi e Giraudo. «Di Vaio per tutto il mercato (estivo, ndr) era stato in trattativa prevalentemente con la società Inter, poi c’era stato qualche interesse di altro grande club ma molto molto larvato, non con grande insistenza. Poi ci fu una partita, che fu una partita di Supercoppa italiana dove Di Vaio giocò una partita molto buona e fu sicuramente il migliore in campo. Dopo quella partita la Juventus approciò non direttamente me ma il direttore tecnico Arrigo Sacchi e proprio il 30 agosto iniziò una trattativa con la Juventus che si concluse felicemente col passaggio appunto dal Parma alla Juventus».
LA GEA… QUINDI ALESSANDRO MOGGI – Neanche il tempo di iniziare a raccontare un pò di particolari che subito Baraldi incappa nella prima gaffe, la più classica. «Lei ricorda chi era il procuratore del calciatore?». «Direi che era la Gea quindi Alessandro Moggi, nel particolare» (dopo vedremo la contestazione).
DI VAIO E GOOGLE – Baraldi racconta come del mercato si occupasse sostanzialmente Sacchi, e quel giorno – mentre lui era regolarmente a Parma, in sede, la cessione fu finalizzata a Milano alla presenza di Moggi, Giraudo e “del procuratore”. Baraldi, che comunque non ricorda bene le cifre, spiega la natura complessa dell’accordo raggiunto: «Sommariamente fu impostata in questo modo: ci fu la cessione a titolo definitivo del calciatore (Di Vaio, ndr) con un modulo federale, quello previsto dalla Lega per una cifra – io ripeto vado molto a memoria… – intorno ai 15-16-17 milioni di euro più o meno. Poi, siccome la valutazione era evidentemente stata fatta in 27/27,5 milioni di euro, per raggiungere quella cifra – siccome il Parma, e Sacchi in particolare, era interessato ad acquisire dalla Juventus il calciatore Matteo Brighi – fu strutturata un’operazione con l’acquisto del 50% del calciatore dal Parma e un impegno da parte della Juventus a riacquistare questa metà che il Parma comprava in quel momento dopo 2 anni a un prezzo predefinito che mi pare di ricordare fosse di 11,5 milioni di euro. Questa seconda parte venne definita attraverso una scrittura privata tra le parti». In realtà non fu così. Potete leggere qui il documento ufficiale su carta stampata della Juventus, giusto per la precisione (ma questi teste non se li rileggono nemmeno, prima di presentarsi davanti ad un tribunale penale a fare certe accuse? Eppure se googlate “juventus.com marco di vaio” è il primo link che appare!). Proseguiamo comunque (le cifre non sono importanti) per cercare di capire il motivo del racconto. Ci pensa subito Capuano. «Questa carta in qualche modo bypassava quello che era il regolamento federale? Mi faccia capire!». «Sì, questa carta era da un punto di vista civilistico sicuramente formalmente corretta, però da un punto di vista sportivo non era previsto questo tipo di contrattualistica». Capuano insiste: «E perchè non era prevista?». Baraldi: «Perchè di fatto questa operazione fu strutturata in questo modo da Sacchi e dai dirigenti della Juventus perchè la Juventus chiedeva di poter pagare Di Vaio in 5 anni e non in 3 che era invece la durata prevista dai regolamenti della Lega, diciamo. Quindi, per agevolare la Juventus, visto che l’operazione aveva un importo consistente, fu fatto dai dirigenti questo accordo visto che il Parma era interessato all’acquisto o quantomeno all’utilizzo di Matteo Brighi per un paio di anni». Se ancora siete a domandarvi cosa c’entri tutto questo con Calciopoli, tranquilli. Non è colpa vostra.
IL SUPERDOCUMENTO – A questo punto sale in cattedra il Pm Capuano. Questa dovete ascoltarla con le vostre orecchie, perchè merita.
Insomma viene chiesto di acquisire un foglio con degli scarabocchi, non firmato e non riconosciuto dal teste, e non si sa bene neanche come acquisito. Il tutto per dimostrare un dilazionamento in cinque anni. Sfugge ancora il motivo (anche alla Casoria, che non lo accetta), anche ammesso fosse stata fatta questa operazione…
LO SCAMBIO DI DESIDERI – Arriviamo finalmente a capire più o meno il senso di tutto ciò. Baraldi spiega come questi 11,5 milioni non previsti nel contratto d’acquisto di Di Vaio, la Juventus li avrebbe dovuti pagare come da scrittura privata. Dopo essere uscito dal Parma e rientrato assieme al Commissario straordinario (crack Parmalat) dott. Bondi, Baraldi, nel 2004, si incontra assieme a Lorenzo Minotti con i dirigenti bianconeri, per “incassare” l’ultima “rata” dell’intera operazione e formalizzarla su modulo federale. «Ebbi un appuntamento mi pare lunedì 21 giugno, perchè il 23 scadevano le compartecipazioni (la risoluzione delle, ndr)… Andammo io e Lorenzo Minotti che era il direttore sportivo (in realtà era solo il team manager, ma agiva come se lo fosse, ndr) del Parma Calcio alla sede della Juventus a Torino, in quella sede incontrammo Antonio Giraudo, Luciano Moggi e anche Bettega e ci venne detto che sicuramente erano disponibili in quel momento a formalizzare quell’impegno che avevano assunto ma in cambio però ci chiedevano di avere delle opzioni su dei calciatori che noi avevamo nella nostra rosa, in particolare Gilardino, Marchionni e Bresciano». I tre della triade ci provano, insomma. Baraldi si oppone. «Ci demmo allora appuntamento per il mercoledì, che era l’ultimo giorno per poter realizzare questa documentazione in modo ufficiale perchè scadevano le compartecipazioni. Ci trovammo a Milano il mercoledì e il mattino stesso io e Minotti incontrammo solo il dott. Giraudo, il quale mi richiese in cambio della sottoscrizione del contratto di avere un’opzione almeno su calciatori del settore giovanile perchè lui voleva giustificare questa opzione. (Anche, ndr) a questo punto io dissi di no». Baraldi tiene duro, fino a sera. «A pochissime ore dal termine dell’orario della chiusura delle compartecipazioni, venimmo chiamati da Antonio Giraudo in presenza anche di Luciano Moggi e di altre persone e in particolare Giraudo era molto arrabbiato perchè noi non avevamo assecondato la sua richiesta. Io avevo minacciato di portare in Lega la scrittura privata (che avrebbe comportato una penalizzazione per entrambe le società, ndr) per dimostrare che avevamo un credito, e a quel punto probabilmente maturò anche la convinzione che era giusto rispettare quell’impegno che era stato assunto. Disse: “Si, facciamo… regolarizziamo tutto, però a questo punto due aspetti: primo noi non “vorremmo” più fare affari col Parma, poi – non ricordo con precisione le parole, ma il senso è stato – voi avrete anche conseguenze dal punto di vista sportivo, che io evidentemente lessi con un’ipotesi di (letterale, ndr) futura retrocessione. Io mi permisi pure una battuta… lo devo dire ad onor del vero… di dire come sfogo… perchè io rimasi molto ferito da questa cosa… “Va bè io mi auguro che voi non vinciate lo Scudetto”, ma fu così… una reazione mia istintiva». «Riesce ad essere più specifico su questa circostanza in cui parla delle conseguenze sportive?», domanda Capuano. «Sì, no… io guardi… chiaramente le parole non le ricordo…». A questo punto interviene l’avv. Lombardo in sostituzione dell’avv. Krogh (Massimo, difensore di Antonio Giraudo), per interrompere il teste visto che si discuteva di una persona non presente e su cui come sappiamo verte un altro procedimento con rito abbreviato. Vi propongo una seconda clip audio, perchè è indicativa la risposta fornita dalla Casoria all’aggettivo “associato”, usato dal Pm.
Baraldi ci riprova: «Avrebbe manifestato questo “desiderio” (testuale, ndr) di… di vederci retrocessi, certamente! Io le parole esatte non me le ricordo…». Uno scambio di desideri, insomma. “Retrocedere” vs “non vincere lo Scudetto”. A questo siamo! Con, a completare il capolavoro, Capuano che chiede se il Parma retrocesse o meno, e Baraldi a ricordare come si salvò allo spareggio (tra l’altro dopo Lecce-Parma, arbitrata da De Santis). Finisce così l’esame di Capuano, col cazziatone della Casoria e senza niente di concreto portato in esame, come al solito.
LA JUVENTUS C’E’ – Si passa così ai controesami. Prende subito il mic in mano l’avv. Prioreschi. «Un momento, un momento: c’è prima l’avv. Russo (difensore della Juventus, ndr) che vuole fare le domande…», lo ferma la Casoria. Fantastico Prioreschi, che commenta: «Mi inchino alla Juventus, per carità!!». L’avv. Russo chiede a Baraldi se avesse mai denunciato questa presunta minaccia. Ovviamente la risposta è negativa. «Ci può spiegare il motivo?». «Mah, guardi… perchè in quel momento io l’avevo colta, sinceramente, come uno… io le premetto questo: fino a quel momento io avevo sempre avuto un rapporto di stima verso il dott. Giraudo e anche di amicizia per cui l’avevo preso come uno sfogo molto forte». «Quindi era uno sfogo!». «In quel momento lì io ho avuto questo tipo di sensazione, certamente. In quel preciso momento. Però il mio unico obiettivo era avere quel documento per salvare il Parma, per cui io ho subìto diciamo questo “sfogo” tra virgolette eee… e… basta!». «Quindi continua a ritenere fosse uno sfogo». Capuano prova ad intromettersi, ma Baraldi risponde: «In quel momento io l’ho letto così». Con tanti saluti alla minaccia e ai 10mila caratteri precedenti dell’articolo, che avreste potuto benissimo evitare di leggere! (non ve la prendete con me. Piuttosto, pensate che non è di articoli che stiamo parlando, ma della vita delle persone…). Vi posto anche in questo caso l’audio, così potete rendervene conto e, se necessario, farlo circolare senza dover far leggere tutta la premessa.
Poche domande, ma precise. Tocca allora a quel punto all’avv. Prioreschi, che domanda a Baraldi se fosse la prima volta che, nella sua carriera, avesse visto regolare in quel modo un pagamento. Baraldi prima dice di sì, poi ammette di ricordare un contratto simile voluto proprio da Sacchi per l’acquisto di Gilardino dal Verona. Seconda domanda flash: Prioreschi, a proposito del procuratore di Di Vaio, chiede al teste di ricordare chi fosse con uno sforzo di memoria (aveva detto Gea, “quindi Alessandro Moggi”). «Se io le dico che era rappresentato da Franco Zavaglia e non è mai stato rappresentato da Alessandro Moggi lei è in grado di contestarmi…». No. E come potrebbe: Prioreschi c’ha in mano le evidenze del processo Gea, dove il fatto è accertato.
Tocca a Gallinelli, difensore De Santis, che è interessato a Lecce-Parma, partita dell’ultima giornata di campionato arbitrata dal suo assistito che di fatto mandò il Parma allo spareggio, salvando il Lecce (e, secondo l’accusa, anche la Fiorentina). Per Baraldi il Parma fu penalizzato a favore del Bologna (che a sua volta è parte civile perchè danneggiato da De Santis. Pensate un pò!). A dire il vero, credo non ci siano più dubbi alcuni su quella partita. Baraldi, se possibile, aggiunge materiale all’arringa di Gallinelli.
Passiamo a Bonatti, difensore di Pairetto, che fa domande più “sulla Cupola”. Chiede se andò mai ad una cena organizzata da Sacchi, con i due designatori. Baraldi conferma di essere andato ad una cena svoltasi a casa di Tanzi e organizzata proprio da Sacchi (che tanto ama fare la morale agli altri…) alla presenza anche di Bergamo e Pairetto.
Siamo al nulla assoluto, tanto che la Casoria, prima di lasciare andare il teste, prova lei a fare qualche domanda, per vedere di fare uscire qualcosa di più. «Lei prima ha detto di questo “sfogo” minaccioso… Ma in questo sfogo minaccioso (Giraudo, ndr) le accennò come faceva a farle…». «No, no!». «Non fece neanche un accenno?». «No!».
LORENZO MINOTTI – Capuano gli chiede se ricordasse qualcosa dell’operazione Di Vaio. Minotti risponde che nel 2002, quando il calciatore venne ceduto alla Juventus, lui non partecipava alle operazioni di mercato essendo semplicemente all’epoca il team manager. Era però presente all’incontro per la risoluzione del contratto di Brighi, quello dello “sfogo” minaccioso, nel 2004, avendo nel frattempo assunto un ruolo più operativo (direttore sportivo di fatto). Dopo aver confermato il racconto dei due incontri svoltisi a Torino nella sede della Juventus il lunedì e a Milano al Principi di Savoia il mercoledì, Minotti aggiunge: «Posso dire che nel pomeriggio ci vedemmo (una terza volta, ndr) e alla fine la Juventus prese Brighi a quella cifra». «Ci furono delle reazioni da parte dei dirigenti della Juventus?», chiede il Pm. «Mah, io l’unica cosa che ricordo era che quando è stato il momento del pomeriggio che si è risolta la questione il dott. Giraudo in maniera molto forte in questa hall di albergo disse “E va bene allora firmiamo questo accordo, però sia chiaro che da oggi in poi i rapporti tra Parma e Juventus sono chiusi, cioè per me non esistete più” e qua finisce tutto, ecco. Fu detto in maniera un pò forte, sopratutto in una hall di albergo… c’era tanta gente… io sinceramente un pò… così… la sentii (intende che rimase colpito, ndr) questa cosa, però… finì lì, ecco, e l’accordo fu fatto». Della minaccia neanche l’ombra. Il che, detto da un testimone dell’accusa che smentisce lo stesso Baraldi (che in realtà smentiva a sua volta se stesso), rende l’idea della pochezza degli argomenti trattati. Gli avvocati difensori neanche intervengono. Fotografia perfetta.
CASORIA Teresa – Presidente IX Sezione Penale Tribunale di Napoli.
CAPUANO Stefano – Uno dei due Pubblici Ministeri.
BARALDI Luca – ex Direttore Generale del Parma.
MINOTTI Lorenzo – ex Direttore Sportivo del Parma.
BONDI Enrico – ex Commissario straordinario Parma/Parmalat.
LOMBARDO Avv. Marcello – Sostituto dell’avv. Krogh, difensore di Giraudo.
PRIORESCHI Avv. Maurilio – Difensore Moggi.
GALLINELLI Avv. Paolo – Difensore De Santis.
BONATTI Avv. Matteo – Difensore Pairetto.

lunedì 11 ottobre 2010

IgNobel 2010

Sono tre gli italiani premiati nell'edizione 2010 degli IgNobel, i premi per le scoperte ehm..più "originali"
Alessandro Pluchino, Andrea Rapisarda e  Cesare Garofalo dell'Università di Catania sono stati  premiati per aver dimostrato matematicamente che enti e aziende sarebbero più efficienti se promuovessero le persone in modo del tutto casuale.
Tra i ricercatori premiati nelle varie discipline va sicuramente citato Gareth Jones che insieme ad altri suoi colleghi dell'Università di Bristol ha scoperto e documentato la fellatio tra pipstrelli.
IgNobel per la Pace è andato a Richard Sthepens, John Atkins e Andrew klingston, Keele University (Gran Bretagna) per aver dimostrato che imprecando si sopporta meglio il dolore.
Ai fisici Sheila Williams, Patricia Priest e Lianne Parkin dell'Università di Otago (Nuova Zelanda) è andato l'Ignobel per uno studio particolare: se d'inverno si cammina su una strada ghiacciata portando i calzini al di sopra delle scarpe si cade di meno.

venerdì 10 settembre 2010

Gli Invisibili #10

Cari amici di blog grazie ancora per la continua e attenta lettura dei servizi che sto dedicando a quel che c’è dietro le inchieste milanesi e reggine sulla ‘ndrangheta (si vedano i precedenti 9 post in archivio).

Il tema che affronto oggi è in linea con i precedenti articoli, nei quali mi tormentavo (e mi tormento) sul fatto che mentre in Lombardia i politici fanno continuamente capo nelle inchieste di ‘ndrangheta, in Calabria questo non accade. O meglio: quando accade c’è una mano “invisibile”che cancella ogni traccia al momento opportuno.

Ebbene questa estate ho lasciato “decantare” le 2.654 pagine dei decreti di fermo della Dda di Reggio dell’inchiesta “Il Crimine” per riaprirle solo ieri (anche se, teoricamente, sarei ancora in vacanza).

Volevo vedere se persisteva la sensazione di sconcerto di fronte a una ‘ndrangheta rurale, che viene pedinata, seguita e intercettata mentre gioca con le “cariche” e con le “pedine” del suo scacchiere. Una sensazione di sconcerto perché di fronte a questa ‘ndrangheta con la pistola non compare, non viene intercettata, né seguita, né pedinata la ‘ndrangheta con la giacca e la cravatta che entra in politica, nelle professioni, nella chiesa, nella magistratura, nelle Forze dell’Ordine e in ogni ambito intellettuale (compreso il giornalismo).

LO SCONCERTO AUMENTA

Ebbene, lo sconcerto non solo è rimasto, è aumentato. Provateci voi a leggere 2.654 pagine in cui rincorrete solo “affiliazioni”, “santini”, “battesimi”, “quartini”, “leggende” e via di questo passo! Neppure un appalto buttato lì, un affare di secondo piano, un misero scambio di voti! Nulla di nulla! Mah! A me (e non solo a me) i conti non tornano del tutto e ancora non riesco a capire come un vecchietto di 80 anni sia stato spacciato per il capo della ‘ndrangheta. Il boss dei due mondi, manco fosse Garibaldi.

Ma facciamo conto che io non sappia né leggere né scrivere, ma sappia copiare e incollare.

E’ quello che farò oggi ma senza perdere il filo logico che sto inseguendo da settimane sul Sole-24 Ore e su questo blog.

Quelli che vi propongo sono passi che traggo da quei decreti di fermo e a parlare e non sono né io né i magistrati, ma sono le persone (gran parte delle quali arrestate o indagate) che lasciano traccia nella cornetta di un telefono o di una microspia.

Questi anelli ve li sottopongo oggi perché proprio oggi, 2 settembre, a Polsi, in Aspromonte, si celebra la Festa della Madonna che, a dispetto della Chiesa, raduna fedeli e boss di ‘ndrangheta che in questa occasione pianificano le strategie e per questo hanno bisogno di un pool di persone, un sinedrio laico o se volete una Corte costituzionale blasfema, che resta in carica un anno. Un solo anno. Il capo è detto “capocrimine” e per l’anno in corso il “capocrimine” fu scelto nella persona diDon Mico Oppedisano, sconosciuto ai più. Credete che esageri? Seguitemi e giungerete (forse, forse no e allora commentate sul blog) alla mia stessa sensazione di sconcerto.

LA PROPOSTA DI GATTUSO E L’OPPOSIZIONE DI PELLE

Francesco Gattuso è il soggetto che nel corso del summit del 19 agosto 2009 aveva proposto che la carica di capo-crimine 2010 fosse conferita a Domenico Oppedisano. Proposta che fu accolta nonostante il parere contrario di Giuseppe Pelle. Gattuso ha un’importante carica a livello di “provincia”: fa parte, infatti, per conto del mandamento di Reggio città, di una triade - gli altri due sono Antonio Papaluca per il mandamento tirrenico e Giuseppe Marvelli per quello jonico - abilitata a conferire una dote di alto livello della società maggiore, corrispondente alla “stella”.

…E’ UN VECCHIO, C’HA GLI ACCIACCHI…

Su don Mico Oppedisano così si esprime Bruno Longo, intercettato: “…ora sanno chi ce li ha… adesso si sa… e allora, cioè a dire… (inc.)… è pieno di dolori e vecchio pure … sanno come è combinato e poi è capace che parlando magari lascia qualche, qualche spiraglio di comando… tutto sommato …”, evidenziando, così, l’aspetto di facciata di quel mandato. Per queste ragioni, precisa di non stimare costoro (riferito ai gruppi della Piana), esternandone a chiare lettere il disprezzo provato: “…li schifo in tutti i modi… (inc.)… per certe cose…(inc.)… allora praticamente sono innanzitutto equi e concordi e nello stesso tempo poi si possono amministrare perché loro lo sanno… lui praticamente…”. Come a dire: sebbene consci dell’inadeguatezza di Domenico Oppedisano, l’avrebbero candidato in quanto unico rappresentante che avrebbe potuto fargli ottenere lo scettro di comando.

Insomma: uno qualunque, da far giocare con santini e figurine e al quale affidare la carica di vecchio saggio e detentore delle tavole delle leggi di ‘ndrangheta. Gli affari no. Quelli sono un’altra cosa. Il potere? No, quello no, è un’altra cosa. Il rapporto con la politica, il cordone ombelicale con le logge, le penetrazioni nella Chiesa e nel giornalismo? No, quelle no. Sono cose serie che non possono essere affidate a un nonnetto con l’Ape car.

L’ARZILLO VECCHIETTO PASSA ED ENTRA IN CARICA…

A MEZZOGIORNO…

Comunque l’ottantenne don Mico Oppedisano ce la fa e di se stesso, appena eletto dice: ci vuole un responsabile che deve tenere praticamente …… ogni cosa che si fa... si fa con l'accordo di tutti quanti ... quando si fa una proposta si ascolta gli altri per vedere come la pensano in maggioranza tutto passa...”.

In un’altra intercettazione don Mico da Rosarno ricorda i bei tempi, quando i problemi si risolvevano diversamente:Eh dice, quando mai un figlio minaccia un ..inc.. facciamo le cose con gli accordi di tutti, non gli interessava, senza discussione senza chi e senza niente. Le cose giravano e non si faceva niente, se uno masticava, un'altro ingoiava (ndr modo di dire per intendere l'unità che c'era) a quel tempo, se facciamo parte della costa, da Reggio e da qua ci raduniamo (“ 'ndi cogghimu” ) non è che li facevamo come li ha fatte ..inc.. ci radunavamo da tutte e tre le ..inc.. tutti e tre cantoni, e si facevano le cose pulite pulite.) mentre adesso stanno succedendo un “sacco di porcherie” (Senza, caccia oggi, senza invidia senza storie e senza cose. E ma ora è successo, sta succedendo una porcheria con quattro miserabili chi infame e chi cornuto. ..inc.. perché giusto c'è la testa che non funziona. Se funzionasse la testa bene, se funzionasse la testa non era così il fatto.)

In un altro passaggio don Mico parla con Rocco Zangrà, che ride della carica di fronte a un don Mico compenetrato nella parte. Ecco il passo intercettato:

…omissis…

Rocco Zangrà: va bene!

Domenico Oppedisano: va bene? Che io…sono capo local…capo crimine là…a Polsi! (ndr lo stesso si corregge)

Rocco Zangrà: sì hanno passato già le novità ...(inc)...a Polsi,...(inc)...

Domenico Oppedisano: capo crimine a Polsi…

Rocco Zangrà: (ride)... Oh zio !.. non è che dice...

Domenico Oppedisano: così usciamo sto discorso qua...avete capito?

…omissis…

Le decisioni assunte il 19 agosto 2009 sono state precedute da una serie di incontri certamente finalizzati a trovare un accordo per il conferimento delle nuove cariche; incontri, scrivono i magistrati nel decreto di fermo, che vedono assoluto protagonista Domenico Oppedisano, notevolmente aumentati con l’approssimarsi del matrimonio/summit in cui furono stabilite in pieno agosto le cariche. Quello che venne deciso il 19 agosto 2009 nel corso del matrimonio/summit, diverrà esecutivo al termine delle festa di Polsi.

Del resto la ricostruzione trova conferma anche da quanto emerso dalla conversazione ambientale intercettata il 24 agosto 2009 dalla quale emerge che le cariche precedentemente stabilite (“le cariche si fanno altrove, prima”) vengono poi ufficializzate a Polsi ed entrano in vigore a mezzogiorno del 2 settembre (“le cariche il giorno dopo quella volta alla Madonna giorno 2 a mezzogiorno è entrata”).

OGGI IL NUOVO CAPO E LE SUE REGOLE….

Oggi a Polsi ci saranno più giornalisti che boss oltre alle solite litanie di una parte della Chiesa e le bigotte manifestazioni di parte dei credenti ma non è escluso che i capi della zona jonica, da sempre coinvolti in questo rito aspromontano, non cerchino di forzare il blocco mediatico e magari anche delle Forze dell’Ordine e in questi giorni siano chissà dove nei dintorni per decidere chissà cosa.

Quel che conta, però, è capire che costui, il “nominato”, se verrà insignito della carica di capo crimine, non sarà il nuovo capo della ‘ndrangheta, ma il custode delle leggi della ndrangheta rurale, conservativa, militare e militarizzata. Sarà il “vecchio saggio” a cui rivolgersi magari anche dal Piemonte e dalla Lombardia come pure l’inchiesta “Il Crimine” certifica.

Nella seconda parte della conversazione intercettata il 20 agosto 2009 emerge, inoltre, il periodo stabilito in cui conferire gradi e doti.

E don Mico decidere di…innovare, portando anche da uno/due a tre gli incontri a Polsi. Le regole valgono in Calabria, in Italia e all’estero. Tutta la ‘ndrangheta deve osservare la prescrizione imposta: “…dare cose niente a nessuno... due volte l'anno, tre volte l'anno, e prima che si fa lo devono sapere tutti pure a... pure gli ho messo la prescrizione a quelli di... di Milano la... i Milanesi... sono pure combinati male pure la... si devono aggiustare prima tra loro, e poi... la prescrizione è la stessa... due tre volte l'anno, e praticamente, se noi gli vogliamo dare una cosa... la Santa per dire a qualcuno no... glielo dobbiamo dire a Rocco e Rocco deve andare a trovare gli altri due carichisti...”.

In un’altra occasione don Mico fa chiarezza sulla nuova carica la cui denominazione “Cavalieri di Cristo”, da lui stesso ideata (“questa carica è nuova e l’ho portata io, questa adesso esiste…”) e di cui ha scritto anche la dicitura della formula (“la dicitura l’ho scritta così io …(inc) …. il codice l’ho inventato io”).

Insomma: un nonnetto innovatore!

MA LA CARICA CHE CONTA E’ A PLATI’…

Vediamo lo schema che si è verificato nell’estate 2009 per il2010 a Polsi. A don Mico è stata concessa la carica speciale di “capocrimine di Polsi”, ad Antonino Latella di Reggio quella di “capo Società”, a Bruno Gioffrè di San Luca quella di “mastro generale di Polsi”, al “capo locale” di Africo, che i magistrati individuano in Rocco Morabito, figlio di Peppe Morabito detto il “nero” quella di “mastro di giornata di Polsi” mentre ad un soggetto di Platì quella di “contabile di Polsi”.

Insomma tra le 5 cariche, quella più importante, quella che regge la “cassa” è andata a Platì e non si sa neppure esattamente a chi. Un caso? No, non credo,

IL 41 BIS PER DON MICO PUO’ ATTENDERE

Ora quella con cui concludo è una storia fantastica, che alcuni giorni fa ho anche raccontato sul Sole-24 Ore. Il che non vuol dire che non sia vera. Anche se è ridicola tanto quanto il fatto che Don Mico Oppedisano, ottantenne venditore di sementi e pianticelle varie di Rosarno, è il capo dei capi della ‘ndrangheta.

Don Mico, che è detenuto a Reggio Calabria, non è neppure al 41 bis 8almeno questo fino a pochi giorni fa). Non è al carcere duro capite? Non è in isolamento, come pure il suo “rango” vorrebbe.

Vi chiederete gloriosi lettori di questo umile blog: ma come? Al boss, al padrino delle cosche, al terrore della Piana di Gioia e di quella di Sibari, al mammasantissima che semina terrore financo a Milano e Toronto, non è stato applicato il carcere duro, l’isolamento estremo e peraltro facilmente violabile? Possibile? Si possibile. Per carità di Dio la richiesta sarà pure stata avanzata ma…con calma e per piacere.

Ma non vi disperate amici di blog. Non sarà neppure facile sottoporlo al regime di carcere duro: la sua storia criminale è prossima allo zero. Tanto per dirne una, gli uomini del Goa di Catanzaro, il Gruppo operativo antidroga della Guardia di Finanza – ovviamente inconsapevoli di trovarsi di fronte al cospetto di cotanto “padrino” dei due mondi – talvolta si saranno fermati a comprare ortaggi o qualche pianticella stipata nella sua scassata moto Ape car tra San Ferdinando e Rosarno.

E sapete che cosa ha detto, ovviamente in dialetto, agli uomini che sono andati ad arrestarlo il 13 luglio 2010? “Ma perché mi arrestate? L’assicurazione dell’Ape l’ho pagata!” Azzardo troppo se penso che l’Ape car sia in cima ai pensieri di questo arzillo ottantenne che una parte (piccolissima ma significatica) della magistratura reggina ha volutamente magnificato eleggendolo boss dei boss calabresi, mentre un’altra parte (la maggior parte) ne rideva?

Incredule, le Forze dell’Ordine l’hanno schiaffato in gattabuia dove è stato accolto con risa di scherno e cori da stadio: “Boss, boss, boss”. Radiocarcere racconta che al primo interrogatorio fosse così intimidito da indurre stupore negli uomini che si trovava di fronte.

E a proposito di Radio-carcere una notizia c’è. O meglio: ci sarebbe. Alcuni degli arrestati a Milano e in Lombardia nel corso dell’inchiesta “Il Crimine” avrebbero cominciato a collaborare con la Giustizia. E – se fosse vero – sarà interessante capire che cosa accadrà nei prossimi mesi/anni.

Certo che – sempre se fosse vero – vorrebbe proprio significare che non ci sono più gli uomini d’onore di una volta! Ma in che mondo viviamo? E allora: tutti a Polsi!


R. Galullo "Guardie o ladri"